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sabato 18 settembre 2010

Caro Brunetta


E' così scontato scriverti una lettera, caro Brunetta.
Ma c'è bisogno. C'è un bisogno che neanche ti immagini.
Capisco - io capisco ma ti assicuro che non tutti sono disposti a capire - che dato il livello di simpatia del tuo superiore tu debba cercare di essere alla sua altezza (apprezzerai spero che in questa lettera non ci sia alcun riferimento alle tue misure), capisco anche che quando ci si siede su quei palchetti, su quelle colonnine che svettano su tutta quella gente che ti guarda e che ti ascolta, che non aspetta altro che uno come te ne dica quattro a quelli come me, possa sfuggire di mano la situazione.
Qualche parolaccia sfugge anche ai più moderati. Perché la massa riesce, ed è davvero una magia, a tirare fuori il meglio o il peggio delle persone. Inizia a scaldarsi, inizia a mugugnare, l'energia passa da corpo a corpo e si trasmette a te, che qualche attimo prima - sono sicuro eh - avevi deciso di fare un discorso di profondo valore politico, uno di quei discorsi che Bersani avrebbe commentato così - Parole condivisibili - o qualcosa del genere.
Poi però ti è uscita quella cosa infelice sul cancro etico e sociale. E poi c'è stato qualcuno che scuotendo la testa e sorridendo ha detto - Si, vabbè ma è una provocazione.

Sai cosa mi sei sembrato Brunetta?
Uno di quegli amici stronzi che si ubriaca ai matrimoni o che fa i rutti alle cene eleganti. L'amico un po' stronzo a cui si perdona tutto perché è stronzo, appunto.
E poi le provocazioni, a mio avviso, possono permettersele i musicisti, gli scrittori, gli scultori, i pittori, i fotografi e tutti quelli che fanno arte. Forse addirittura i giornalisti.
Ma io mi sono rotto le scatole di chi dovrebbe impegnarsi a governare ed invece fa gli show. Insomma, arrivati ad un certo punto, che vi abbia voluto il popolo o no, finirete per capire che avete sbagliato mestiere.

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