ATTENZIONE

QUESTO BLOG È UN ARCHIVIO CHE RACCOGLIE I POST ANTERIORI AL 2014. IL NUOVO BLOG LO TROVATE QUI.
Visualizzazione post con etichetta Lettere. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Lettere. Mostra tutti i post

sabato 19 novembre 2011

Regards Dott.ssa Bernardo

Questa è la lettera di un'amica che ha preso una decisione.
Insegnare non è il mio sogno ma la pratica diffusa della proposta di lavoro che proposta di lavoro non è, non riguarda solo l'insegnamento. Nella mia carriera scolastica - come tutti - ho avuto modo di conoscere molti docenti. Professoresse giovani e meno giovani, motivate o del tutto rassegnate. Continuando così, le aule - sia pubbliche che private - saranno piene di giovani docenti già stanchi, non motivati o frustrati come quelli arrivati alla pensione. E a differenza di altri lavori, l'insoddisfazione nel mondo dell'insegnamento è davvero letale. Non c'è bisogno di spiegare il perché, tutti possiamo offrire un esempio positivo ed uno negativo.
Fare l'insegnante in questo paese, ogni giorno che passa, diventa sempre più un atto rivoluzionario. 

Buonasera "Signor" preside, sono la professoressa Bernardo. La contatto per dirle che rinuncio all'offerta, o meglio, rinuncio alla non offerta lavorativa.
Per quanto io ami l'insegnamento e pensi di essere adatta, ho deciso di non cedere al ricatto socio-psicologico lavoro=punti. Si lavora per guadagnare o meglio il lavoro è tale quando si guadagna altrimenti diventa un hobby. Io ne ho già tanti, grazie. Provi a pagarci il mutuo con i punti e mi faccia sapere cosa le rispondono! Mi dispiace per chi accetterà perché c'è sempre chi cede con la speranza di un futuro diverso. Purtroppo l'Italia la rovinano proprio coloro che tollerano l'intollerabile e coloro che approfittano di tale atteggiamento. Lei tra gli altri.
Mi dispiace aver pensato di avere a che fare con un istituto serio e mi dispiace aver tentennato e creduto di poter sottostare a questo sistema. Mi dispiace, soprattutto, che per colpa della sua proposta ho iniziato a dubitare delle mie capacità e delle scelte che ho fatto nella mia vita.
Mi dispiace anche per quei ragazzi che pagano una retta al suo istituto perché possono solo avere un'istruzione di serie B dal momento che insegnanti non pagati non potranno mai essere davvero motivati. Ma certo, l'importante è che paghino entro il 5 di ogni mese, giusto? Lei ha capito tutto.

Piccola lezione di marketing: non investire sul proprio personale porta ad un rendiconto negativo in termini di immagine e di conseguenza ne soffre il bilancio dell'azienda. Dal momento che l'Italia vive il suo medioevo sociale continuerete certamente ad avere insegnanti che lavorano gratis ma intorno al suo istituto si verrà a creare un'immagine negativa tale da costruire solo una pessima reputazione. Dunque, li risparmii pure i soldi della pubblicità perché sono soldi buttati; manifesti, siti e locandine non servono quando c'è in giro tanta gente colta, rispettabile e arrabbiata che parla male della sua azienda. Lo farò anch'io ovviamente e, purtroppo per lei, io so sfruttare bene i canali della comunicazione perché, ahimè, sono una persona preparata su cui non ha voluto investire.

Regards
Dott.ssa Bernardo

Diffondete! grazie!


sabato 18 settembre 2010

Caro Brunetta


E' così scontato scriverti una lettera, caro Brunetta.
Ma c'è bisogno. C'è un bisogno che neanche ti immagini.
Capisco - io capisco ma ti assicuro che non tutti sono disposti a capire - che dato il livello di simpatia del tuo superiore tu debba cercare di essere alla sua altezza (apprezzerai spero che in questa lettera non ci sia alcun riferimento alle tue misure), capisco anche che quando ci si siede su quei palchetti, su quelle colonnine che svettano su tutta quella gente che ti guarda e che ti ascolta, che non aspetta altro che uno come te ne dica quattro a quelli come me, possa sfuggire di mano la situazione.
Qualche parolaccia sfugge anche ai più moderati. Perché la massa riesce, ed è davvero una magia, a tirare fuori il meglio o il peggio delle persone. Inizia a scaldarsi, inizia a mugugnare, l'energia passa da corpo a corpo e si trasmette a te, che qualche attimo prima - sono sicuro eh - avevi deciso di fare un discorso di profondo valore politico, uno di quei discorsi che Bersani avrebbe commentato così - Parole condivisibili - o qualcosa del genere.
Poi però ti è uscita quella cosa infelice sul cancro etico e sociale. E poi c'è stato qualcuno che scuotendo la testa e sorridendo ha detto - Si, vabbè ma è una provocazione.

Sai cosa mi sei sembrato Brunetta?
Uno di quegli amici stronzi che si ubriaca ai matrimoni o che fa i rutti alle cene eleganti. L'amico un po' stronzo a cui si perdona tutto perché è stronzo, appunto.
E poi le provocazioni, a mio avviso, possono permettersele i musicisti, gli scrittori, gli scultori, i pittori, i fotografi e tutti quelli che fanno arte. Forse addirittura i giornalisti.
Ma io mi sono rotto le scatole di chi dovrebbe impegnarsi a governare ed invece fa gli show. Insomma, arrivati ad un certo punto, che vi abbia voluto il popolo o no, finirete per capire che avete sbagliato mestiere.

martedì 22 giugno 2010

Caro Marcello


Caro Marcello,
lo sai che con questa lettera è la prima volta che scrivo dei mondiali in corso?
Dovresti esserne onorato. E gia che a te delle cose scritte non te ne importa niente, perché ti importa solo vincere, e stare sulle scogliere con il sigaro in bocca. Come un vero Gringo, aggiungerei.

Marcello, ma che sta succedendo?
Io quattro anni fa sono salito sul carro dei vincitori, quello che piace tanto ricordare a Varriale, con un biglietto guadagnato perché ti ho sempre difeso e sono sempre stato convinto che nonostante calciopoli, anzi proprio perché c'era in corso la questione calciopoli, li avremmo fatti tutti secchi.
E poi io i criticoni non li sopporto.
Quelli che non appena uno sbaglia un passaggio o uno stop cominciano a dirne di tutti i colori, parlando di quanto prima si stesse meglio, e di quanto Paolo Rossi fosse un vero calciatore, di quanto prima si riuscisse a vedere la grinta negli occhi di undici giocatori durante l'inno nazionale. E poi capisco che sei stressato: la questione di Marchetti è stata pesante. Dico io, vediamo se sei d'accordo con me Marcello, quello si allena da una vita per giocare ai mondiali, e questi della Rai fanno sei puntate incentrate su di lui e chiedendo continuamente "Ma Marchetti sarà pronto"? E che diamine, ha ventisette anni il ragazzo, è un professionista, mica hanno messo in porta uno così. E ti dirò di più, sono d'accordo pure su Cassano. Meno su Balotelli, ma su Cassano ti do ragione. L'allenatore sei tu, punto, e tu decidi i giocatori da chiamare. E' il vecchio problema del credersi tutti allenatori, tutti penalisti, tutti scrittori, tutti opinionisti e criticoni.

Io ho fiducia in te, ma tu cerca di passare il girone.
Che poi i giornalisti sono peggio dei criticoni opinionisti da salotto. Anzi, cosa ancora più grave, in Italia i due fenomeni tendono a coincidere. E così, quando uno vorrebbe soltanto vedere i momenti salienti di una partita, magari ascoltare qualche intervista ai protagonisti, deve sopportare invece le opinioni di Collovati, Tombolini, di una valletta che prova in tutti i modi a stracciarsi di dosso il vestitino della sciocchina imbarazzante (e per dovere di cronaca non ci riesce), di Galeazzi e squillino le trombe, di sua maestà Costanzo che parla di De Rossi e delle trombettelle sudafricane nello stesso modo in cui parla di Carmelo Bene.
Deve ascoltare l'opinione di tutti. Che poi chi ha chiesto niente.

Ed io lo so che anche questo ti da fastidio. A me fa proprio incavolare. Perché a me piace lo sport, non ascoltare i litigi tra un ct ed una marea di giornalisti.
E si, lo so che ci sono anche i giornalisti capaci e non inclini a questa stupida tendenza contemporanea.

Ora, però, ti devo fare una domanda.
Perché fissarsi con Iaquinta? Che cos'è? Un totem? Un fantoccio scacciaguai? Marcè, quello non si muove, quello è alla frutta. Quello non ce la fa più. Ti do ragione su tutto, ma su Iaquinta ti sei fissato. Marcè, quello è un morto. Poi metti chi ti pare a te, sei tu l'allenatore e tu decidi. Ma togli Iaquinta. Che poi altro che Zidane, ci facciamo la figura della Francia, tu, io e tutti i giocatori.

lunedì 17 maggio 2010

Caro Josè



Caro Josè,
o come tutti ti chiamano, caro Special One.
Io non sono un tifoso interista, non solo perché tengo chiaramente per il Napoli, ma anche perché tutta questa faccenda della squadra fatta per vincere, creata per maciullare le ossa degli avversari, per vincere tutto quello che si può vincere, non è che mi piaccia così tanto. Dirai tu - E che è?Non si fa squadra per zeru tituli, si fa squadra per vincere, non per accontentare voi giornalisti -, ed infatti hai anche ragione. Però mi piacciono le squadre che si rivelano cenerentole, che a fine campionato stupiscono tutti e fanno dire alla gente - Ma vedi che è successo, alla fine -. La mia avversione per l'Inter non è motivata neppure dall'invidia per l'enorme quantità di soldi che ha il signor Moratti poiché anche il signor De Laurentis ne ha un po'.
Forse c'è da fare una precisazione: Moratti è petroliere, tra le altre cose, e quindi inquina un po' di più del nostro presidente in giubbottone azzurro e occhiali Carrera che inquina solo il nostro patrimonio cinematografico.
Ma suvvia, non facciamo il capello in quattro, è un fatto di gusti.
Però una cosa te la devo dire: se te ne vai fai un grande errore.
La vera scelta coraggiosa, non è andare a vincere per mari e monti, in Portogallo, in Spagna, in Inghilterra, in Italia, ma è rimanere dove hai vinto tutto quello che potevi vincere.
Anche Lippi dopo che ha vinto il mondiale è andato via. Embè? Che è stato furbo? Per la mentalità media italiana, si, lo è stato. Ma lo sport non è questo. Lo sport è andare sempre un po' più in là, spostare il limite sempre un po' oltre, sempre un attimo dopo, sempre un metro più in avanti. Essì, poi c'è il pericolo che si perde. E Josè, ma è questo lo sport. Sei o non sei lo Special One?
Che poi te ne vai al Real Madrid, ci sta Ronaldo, ci sta Benzemà, ci sta Kakà, ma che sfida è questa? Vai alla Cremonese piuttosto e provaci a far diventare Cris Gilioli il nuovo Maicon. (Con tutto il rispetto per uno dei pezzi di storia del nostro calcio, la Cremonese, non Gilioli, gran bel giocatore ma non esageriamo).

Ps: In bocca al lupo per la finale.

giovedì 13 maggio 2010

Cosa è successo

Faccio una delle mie solite premesse, perché mi piace essere chiaro, così poi non arrivano mail del tipo "bla bla bla tu parli così perché" e "bla bla bla sei di parte bla bla bla".
(A questo proposito ho scoperto che alle persone piace molto di più mandarmi mail private che commentare pubblicamente)

Mia madre lavora come dipendente al museo nazionale.
Le critiche che muoverò ad una lettera apparsa pochi giorni fa sul Mattino non sono in alcun modo mosse dalla volontà di difendere lei o la categoria.
Ho solo avuto la fortuna che proprio mia madre mi facesse notare questa lettera forse passata troppo inosservata.

Potete leggerla qui.

L'archeologa in questione si lamenta delle cattive abitudini dei dipendenti statali:

Verso le 9:30 inizia il rito della colazione ordinata per telefono al bar vicino; forse qualcuno sta pensando ad un caffè, ma si tratta di ben altro: cioccolata calda non troppo densa, caffè lungo in tazza fredda con zucchero di canna, caffè ristretto in bicchierino di plastica con zucchero raffinato, cornetto vuoto ma con spolverata di zucchero, cornetto alla marmellata ma senza zucchero, spremuta d’arancia, cappuccino senza cacao sopra, ecc. Non è un caso che la macchinetta automatica per il caffè sia stata rimossa dopo pochi mesi in quanto non si raggiungeva il numero di cialde minimo previsto.

E già qui mi piace fare una precisazione. L'atteggiamento di cui parla l'archeologa in questione non è un atteggiamento esclusivo dei dipendenti statali. Ho lavorato in un negozio, anche grande, di cui non ero diretto dipendente, ed anche lì mi è sembrato che ognuno facesse colazione a modo proprio e con ciò che voleva. Lo considererei più un atteggiamento tipicamente "meridionale", ma anche su questo non mi giocherei niente. Considerare l'abitudine a voler fare colazione durante le ore lavorative esclusivamente un abitudine dei dipendenti statali è sciocco, per non dire altro. Perché? Perché abbiamo le prove che questi atteggiamenti fanno parte di una tradizione (giusta o sbagliata che sia) radicata in molti ambienti di lavoro.
E continua:

Mentre si attende il barista, che prenderà anche le ordinazioni per il pranzo, purché non si decida per le pizze, che sono sempre buone, un’impiegata mette il bollitore sul fuoco per chi gradisce il tè.

Ce l'ha proprio con chi a colazione non vuole prendere solo un semplice caffè. Ma non andiamo oltre.

Dopo la colazione, che ha rinfrancato tutti, mentre gli impegnati si consacrano alla lettura del giornale, gli altri si dedicano alle loro attività preferite: c’è l’addetto alla biblioteca che mette la testa sulla scrivania e dorme per un’oretta; la signora tanto brava e gentile che, in mancanza di meglio, fa l’uncinetto; molti, semplicemente, fissano il vuoto; qualche volenteroso si dedica a studiare per il prossimo concorso interno; rari fanno il solitario al computer, ma solo perché ancora per tanti il computer resta un oggetto misterioso e poi internet, dove c’è quel sito specializzato in cui scegliere la nuova cuccia per il cane, è molto più divertente.

E questo, effettivamente è un problema serio. Ma trattato nel modo sbagliato. Il problema non viene toccato in punti importanti, come la mancata capacità di offrire mezzi ai dipendenti per ottimizzare il lavoro, di corsi di formazione (ma davvero) per imparare ad utilizzare i computer, e certamente, anche di controlli che possano modificare il comportamento (divenuto abitudine) di dipendenti lasciati completamente soli in un mondo che va veloce come un treno.
La lettera poi prosegue su note di colore che purtroppo, cara archeologa disperata, non hanno a che fare con i dipendenti statali: ma con atteggiamenti tipici di qualsiasi luogo di lavoro campano. Sono sicuro che ovunque, in qualsiasi ambiente lavorativo, sia capitato a qualche dipendente di portare il nipotino o il figlio.
Se poi vogliamo fare finta che non sia così, facciamolo. Così continueremo a non risolvere i problemi combattendo non la malattia ma i sintomi.
Voglio però portare all'attenzione un punto importante, che è davvero il centro del discorso:

Scrivo questa mia non per lamentarmi della nostra condizione ma, piuttosto, per invocare Brunetta affinché venga nelle nostre soprintendenze a vedere come il personale si prodiga nell’espletamento delle proprie mansioni.

E' scritto all'inizio della lettera.
Invocare Brunetta.
Brunetta, mia cara archeologa disperata, non ha dimostrato di essere diverso dagli altri lavoratori del nostro paese: ha solo urlato all'Italia intera che gli uffici sono pieni di Fannulloni.
In una guerra, così come la descrivi, forse hai deciso di schierarti dalla parte sbagliata. Quanto guadagna un dipendente statale? E quanto guadagna Brunetta? E quanto guadagna, soprattutto, per fare quello che fa?

Forse ci si dovrebbe chiedere questo, per individuare il vero problema. Forse bisognerebbe rivedere i complicati meccanismi del mondo del lavoro, e cambiare, per una volta almeno, le cose dall'alto e non dal basso. Tra le altre cose tu stessa parli di una guerra tra poveri. Credi che il modo per vincere una guerra del genere sia rimanere sola ed unica (e povera) una volta sconfitti tutti gli altri (poveri esattamente come te, solo da vent'anni e non da un paio), dopo aver chiesto l'aiuto di uno (ricco) del cui lavoro si potrebbe parlare tanto ed in maniera negativa?






giovedì 6 maggio 2010

Caro Francesco



Caro Francesco,
tu mi stai simpatico. Mi sei sempre stato simpatico.
Mi sei simpatico perché hai fatto il cucchiaio contro l'Olanda, perché hai segnato quel rigore contro l'Australia, che se non lo segnavi tu, non so chi lo poteva segnare. Mi sei simpatico perché hai sempre l'aria di chi sembra essere capitato nell'olimpo per caso, senza averci quasi dovuto lavorare su (che poi non è vero).
Mi sei stato simpatico anche quando hai sputato addosso a Poulsen. Diciamolo: considerando l'attentato che il biondo ha fatto alla dignità del nostro calcio sei stato lungimirante. E quanto mi sei stato simpatico quando hai fatto con le mani il gesto alla juve quattro e andate a casa. Mi stai perfino simpatico quando fai le pubblicità!
Mi sta simpatica tua moglie e i nomi strani che date ai vostri figli, tipo Chanel.
Però Francè stasera hai fatto proprio la figura dello Zidane.
Può averti detto di tutto, anche l'unica cosa che non vuoi sentire. Lui ha 19 anni, tu più di 30. Lui ha fatto un'azione da grande giocatore, tu l'hai azzoppato alle spalle, con cattiveria e rischiando di fargli molto male. E mo se non ti rompono la scatole con questa storia, sono cretini loro più di te. Che già ho letto in giro che con le scuse che hai messo in mezzo (giustificazioni più che scuse) tendono tutti al perdono. Certo, non dicono Totti ha fatto bene ma tendono a chiudere un occhio, tutti, anche i non romanisti.
C'hai fatto la figura dello Zidane, Francè. E quella figura è quella che ti resta addosso.


Ps: Se non volevi andare al mondiale bastava dirlo.


sabato 20 marzo 2010

Salinger II

31 AGOSTO 1979

"Ho dovuto avere a che fare con due universitari del cavolo che mi hanno fotografato per il loro giornaletto davanti all'ufficio postale: andassero tutti al diavolo". Dopo aver parlato di una vecchia signora e una coppia di Biarritz, Salinger racconta dei suoi figli, Matthew è al secondo anno di università, Peggy è sposata e vive a Boston. Che disastro invece l'ultimo viaggio a New York. Mangia cibo indiano e cinese, va a vedere il musical Ain't Misbehavin', che però detesta:"Troppo leccato, teatrale: tremendo". L'unica cosa che lo diverte è una corsa in metro, "attraversando la città in una notte calda d'estate".

Alla Morgan Library sono esposte 4 delle 11 lettere che Salinger ha spedito a Michael Mitchell (illustratore dell'Holden) e Beth, sua moglie, per lungo tempo amici dello scrittore.

L'articolo de La Repubblica qui.

lunedì 30 novembre 2009

Figlio mio. Ovvero quando la rete non perdona.


L'interessante lettera di Pier Luigi Celli su Repubblica la trovate qua.
Perchè interessante?
Vi segnalo qualche punto saliente, così alla fine tiriamo le somme.

"[...]Questo Paese, il tuo Paese, non è più un posto in cui sia possibile stare con orgoglio.
[...]Ecco, guardati attorno. Quello che puoi vedere è che tutto questo ha sempre meno valore in una Società divisa, rissosa, fortemente individualista, pronta a svendere i minimi valori di solidarietà e di onestà, in cambio di un riconoscimento degli interessi personali, di prebende discutibili; di carriere feroci fatte su meriti inesistenti. A meno che non sia un merito l'affiliazione, politica, di clan, familistica: poco fa la differenza.[...]Questo è un Paese in cui, se ti va bene, comincerai guadagnando un decimo di un portaborse qualunque; un centesimo di una velina o di un tronista; forse poco più di un millesimo di un grande manager che ha all'attivo disavventure e fallimenti che non pagherà mai. [...]Per questo, col cuore che soffre più che mai, il mio consiglio è che tu, finiti i tuoi studi, prenda la strada dell'estero. Scegli di andare dove ha ancora un valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati. Probabilmente non sarà tutto oro, questo no. Capiterà anche che, spesso, ti prenderà la nostalgia del tuo Paese e, mi auguro, anche dei tuoi vecchi. E tu cercherai di venirci a patti, per fare quello per cui ti sei preparato per anni. [...]

Bene, asciughiamoci la lacrimuccia. Poi mettiamo la giacca, scendiamo di casa, ragiungiamo la prima libreria disponibile e compriamo Comandare è fottere edito da Mondadori.
Questo libro, scritto proprio da Celli, tratta del magico mondo dell'arrivismo e delle scalate sociali. Sarà sicuramente un libro critico, ironico, su un mondo che Celli conosce bene e quindi può provare a smantellare, direte voi.
Invece no.
Cito da Ibs:
Questo è un libro che non fa giri di parole. Che magari mentre tu stai lì a farli, gli altri ti soffiano la poltrona da sotto il sedere. Il mondo del lavoro è una giungla, con poche regole e tanti aspiranti leoni. Lo sa bene Celli, che per anni è stato ai vertici delle maggiori aziende italiane. E allora risultano inutili, se non addirittura ridicoli, i discorsi buonisti e politicamente corretti sulle strategie per fare carriera. In questo "piccolo vademecum per bastardi di professione" l'ex presidente della Rai dice tutto quello che di solito in proposito si tace. Ovvero che, alla faccia dell'utopia delle pari opportunità, "nascere bene" aiuta eccome. Così come aiuta saper scegliere la persona giusta da servire per poi abbandonarla quando serve, selezionare alleati e nemici, usare l'arte della seduzione e della finzione. E quando arrivi poi, consiglia Celli, non guardarti indietro, sii sempre pronto a succedere a te stesso o a farti rimpiangere attraverso i successori.

Caro Celli, la lettera effettivamente a qualcuno sarà anche piaciuta.
Ma la rete non perdona.

mercoledì 23 settembre 2009

Lettere

Questa è la lettera che ho scritto e mandato a Repubblica qualche giorno fa.

"Sono passati tredici anni da quando ho lasciato la scuola Madonna Assunta.

Il motivo per cui scrivo questa lettera, aperta a chiunque voglia leggere e rispondere, forse indirizzata a qualche chiunque più chiunque degli altri, è che qui c’è in gioco molto di più che il semplice assetto organizzativo e burocratico.

Scrivo questa lettera perché, poche mattine fa, le mie maestre mi hanno parlato della loro protesta. Non vi sembra strano che dopo tredici anni io sia ancora in contatto con loro?

Certo, lo è. E’ strano in un’Italia in cui le scuole subiscono tagli come fossero aziende, in cui la formazione è ormai vista come una lunga corsa ad ostacoli, rigorosamente da non saltare ma da abbattere con bombe a mano.

Le scuole che subiscono tagli, che rischiano di perdere i propri spazi, sono le scuole di chi le vive, di chi nelle scuole ci insegna e di chi ci apprende. La Madonna Assunta è delle persone che al momento occupano la Municipalità di Bagnoli e rischiano di perdere un luogo che amano a causa di vicende poco chiare. Poco chiare perché siamo ancora abituati – noi - a dare colpe solo dopo aver visto le prove. Noi, a cui la cattiva fede non ha ancora annebbiato la vista.

E poi ci sono persone che tengono a quella scuola come me, che anche dopo anni non vogliono vederla sparire. Perché?

Dopo tredici anni il ricordo dei miei cinque anni di scuola elementare è il ricordo più piacevole che ho. Potrei elencarvi decine e decine di motivi del perché questa scuola renda Napoli un posto migliore. Motivi che probabilmente vi annoierebbero a morte, perché si sa, alla fine bisogna far quadrare i conti, bisogna risolvere le situazioni il più velocemente possibile, di fronte ai problemi burocratici contano le carte e le firme. E poi il buonismo non serve a nulla, una scuola resta pur sempre e solo una scuola.

Ma io sono quello che sono, oggi, grazie a quella scuola elementare. E tutte le persone che hanno frequentato il 73° circolo sono persone capaci, volenterose, intelligenti e soprattutto con un gran cuore. E sono troppe, davvero troppe per credere che sia un semplice caso.

Ho visto bambini con realtà complicate alle spalle diventare sereni. Ho imparato a credere nei sogni e nel cambiamento. In quella scuola, anno dopo anno, qualcosa cambia davvero.

Quello che voi chiamate 73° circolo, per me e per tanti altri, è stato il luogo più importante dell’infanzia. Credete sia un’esagerazione?

Come me tanti altri intrattengono rapporti con quel felice passato. Tanti si incontrano a distanza di anni, si frequentano, mantengono contatti.

Il danno che procurate a questi bambini è un danno a cui non rimedierete più.

Le scuole che chiudete, che spostate, che smembrate, sono i luoghi che insegnano ai vostri figli a diventare adulti, a diventare migliori di voi.

Non commettete l’errore di rovinare il primo passo dei vostri figli verso la conoscenza. Di professori ignoranti e strutture fatiscenti ne vedranno a bizzeffe nel corso degli anni. Non negate ai vostri figli stanze piene di luce in cui poter meravigliarsi, corridoi spaziosi in cui creare storie. Finestre da cui si veda il mare. Non negategli questi anticorpi all’infelicità che, nonostante i soprusi e le delusioni che questo stato regala, bastano in età adulta a strappare un sorriso di speranza."



Un grazie a Cristina Zagaria, a cui faccio un grandissimo in bocca al lupo per l'uscita del suo libro Perchè No.