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QUESTO BLOG È UN ARCHIVIO CHE RACCOGLIE I POST ANTERIORI AL 2014. IL NUOVO BLOG LO TROVATE QUI.
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venerdì 17 agosto 2012

Robe da turisti

Sono stato in Croazia per una quindicina di giorni.
Ho scattato delle fotografie.
Spero vi piacciano.



Da Bari a Dubrovnik.
Grande delusione all'arrivo, nessuna cinta muraria ad accoglierci mentre rallentiamo per entrare nel porto. Le nostre fonti però non ci hanno mentito, i porti sono due.



Da Dubrovnik a Cavtat. 
Lungo la strada (quando non prenoti alcuna sistemazione è più probabile trovare da dormire fuori Dubrovnik) ci si può fermare ed assistere a questo. Cavtat è piccola, un centro curato ed ordinato. Nonostante la presenza di barche nei porticcioli il mare è pulito. Questo ci stupisce. Non riusciremo ad accettare l'idea.



Isola di Korcula.
Sull'isola di Korcula è possibile fare il bagno in questa meraviglia. La quantità di turisti è contenuta e la spiaggia di Pupnatska Luka non delude le aspettative. Un ristorante spartano con vista mare 
- perfetto - offre pesce e carne a prezzi non proibitivi. Rimpiangeremo Korcula e Lumbarda, il piccolo centro dove abbiamo trovato da dormire ad un prezzo davvero ridicolo, per gran parte del viaggio. Osservando la baia dal nostro terrazzino - in maniera davvero poco poetica - abbiamo notato la somiglianza tra Lumbarda e Capeside (perdonateci siamo ragazzi cresciuti negli anni '90), e ci siamo chiesti se fosse quella la tanto chiacchierata anzianità. 




Korcula. 
Nella città vivono circa tremila persone. Dicono ci sia nato Marco Polo, ma non ho capito bene se crederci o no. La città vecchia è incantevole. Al porto ormai deserto un gruppo folto di uomini e donne canta una canzone. Organizzati come un coro vero, sebbene chiaramente improvvisato, si abbracciano dando le spalle al mare. Ho registrato l'audio. 



Hvar.
Questa foto non mi piace. Serve però a spiegare come sulla caotica isola di Hvar resistano piccoli paradisi poco frequentati come la spiaggia di Mala Stiniva. Sulla destra, la costruzione con il tetto rosso è in realtà un bar improvvisato. 



Il mare da Mala Stiniva.



Il tramonto su Mala Stiniva.



Abbiamo dormito a Jelsa, lontano dal centro. La città di Hvar non ci ha fatto un'ottima impressione.
Ma dipende, credo, esclusivamente dalla nostra voglia di tranquillità. Ai bar e alle discoteche abbiamo preferito Stari Grad, le sue piazze deserte di sera, i suoi passaggi stretti e scuri, i suoi palazzi di pietra bianca come quinte teatrali.



Ancora Stari Grad.



Slanica, isola di Murter.
Passando per Sibenik - e non trovando da dormire - ci siamo allontanati fino a Murter. Abbiamo trovato una sistemazione a Betina, incantevole paesino di costruttori di barche. I colori del mare di Slanica ci hanno lasciato senza parole. Guidare dall'isola di Murter a Sibenik è piacevole al tramonto, di meno la notte.



Sibenik.
A Sibenik arriviamo trafelati, stanchi, in pensiero per i tentativi falliti di trovare una sistemazione. Il caldo del primo pomeriggio non ci permette di avere un'idea chiara della città, eppure tutti ne scrivono e ne parlano bene. Ci rifaremo la sera. Ancora colpiscono i colori e i contrasti, Venezia, enormi navi attraccate al porto e gatti. Ceniamo in un'osteria con pochi tavoli all'aperto, mangiamo finalmente carne in abbondanza, paghiamo poco, beviamo buon vino.



Il porto di Sibenik.



Scale e palazzi di Sibenik.



Cascate di Krka.
I molti turisti non riescono a rovinare il colpo d'occhio e il divertimento. Docce naturali e liane resistenti a cui aggrapparsi per dondolare sull'acqua.



Bol.
Sull'isola di Brac è possibile - vento permettendo - fare il bagno alla spiaggia di Zlatni Rat. È la spiaggia più fotografata della Croazia perché si offre verticale alla costa. La vediamo per la prima volta al tramonto. Una lingua di sassi che taglia il mare come una lama, il vento è forte.



Ancora Bol.
Riusciamo a vedere Napoli - Juve in un bar nei pressi del porto. Riusciamo anche a non rovinarci la vacanza, nonostante tutto.



Split.
È l'ultima tappa, prima dell'imbarco e del ritorno.
A casa scopro che Lalla Romano ha scritto un libro dal titolo Le lune di Hvar.


I bordi fosforescenti delle isole, le luci del continente, lontanissime ma chiare
spegniamo i fari sull'altipiano - luce dolce di luna - vorrei
andare a piedi
parlo dell'impossibilità per me di scrivere nella bellezza -
ci vuole la noia, il chiuso
- anche per l'amore, sostengo.  

giovedì 19 maggio 2011

La Napoli di Riccardo Carbone



Muoio dalla voglia di dirvi il perché di tale assenteismo sul blog.
Ma ho fatto una promessa e quindi mantengo il segreto finché tutto non si realizza sul serio. Perché come dice Vincenzo Moretti, le cose sono fatte quando sono fatte.

Nei viaggetti che faccio da quasi due mesi nella mia città, mi imbatto però in cose che non riesco a non condividere. Così, fosse anche solo un post al mese, condivido.

A Villa Pignatelli è in corso una mostra su Riccardo Carbone, fotografo che negli anni '20 del secolo scorso cominciò una lunga collaborazione con Il Mattino durata fino agli anni '70. Carbone poi è morto nel '73.

In tutte le foto c'è Napoli. Nei momenti storici felici, disastrosi o inquietanti. Sono da brividi le immagini della città distrutta dai bombardamenti e delicatissime le immagini dei bambini, sporchi ma sempre sorridenti che tentano di guadagnare qualche spicciolo vendendo mozziconi di sigarette. Andateci, che è davvero una bella mostra.
La galleria finale di ritratti dei personaggi famosi colti dalla macchina di Carbone, da Gemito ad Hemingway, è davvero una cosa mozzafiato.

Sembra di sfogliare un libro fotografico sulla storia di Napoli.
Ed in effetti un catalogo c'è, costoso, ma ne vale la pena.

lunedì 26 luglio 2010

Dove sono stato


Sono stato per tre giorni a Civitella Alfedena, ospitato da un caro amico.
Civitella Alfedena è un piccolo paesino di pietra in Abruzzo, nel parco nazionale.
Ho scritto già di questo posto, non qui, ma su fogli che poi sono stati stracciati - almeno quelli di carta - e non so se qualcuno avrà mai il piacere/dispiacere/ o la fortuna/sfortuna di leggere quello che ho scritto. Chi lo sa.


Il caso ha voluto che io e questo caro amico condividessimo questo luogo.
Lui ha una casa lì, io ci sono andato per anni con i miei genitori. Ma non ci siamo mai incontrati, o forse si e non ce lo ricordiamo. In ogni caso, a Civitella non mi sento ospite. La sensazione è molto vicina al sentirsi a casa. Ma nelle pagine che ho stracciato non scrivevo di questo.

Vivo in città tutto l'anno.
Quando sono in un luogo del genere dimentico lo stress dell'asfalto. Svanisce ogni pressione. Il corpo e la mente si abituano immediatamente ai nuovi ritmi, perché in luoghi del genere si ritorna ad essere naturali. No, non è retorica ambientalista. A me le città piacciono, ma c'è un dato chiaro e limpido, un dato che non si può trascurare, un'evidenza che salta immediatamente agli occhi. Io per un anno intero non so cosa voglia dire dormire nel silenzio. C'è sempre un'auto, un motorino, qualcuno che urla, uno stereo che spara nella strada le voci di improbabili pop star. Ecco, questi sono fatti.
A Civitella Alfedena la notte ti può capitare di sentire qualche sasso che cade o il vento che accarezza le case di pietra. E magari - lo dimostra la foto qui sotto - volti un angolo e ti imbatti nella natura, viva, così immediatamente percepibile.


(La foto notturna è opera di Alessandro Germanò e Corrado Parisi)

martedì 20 luglio 2010

24 Grana - Ho comprato una macchina fotografica



E' strano.
Ogni volta che ascolto i 24 Grana dal vivo mi stupisco.
Napoli ama i 24 Grana.
E' difficile spiegare il legame del pubblico napoletano con il gruppo. E sono certo che non sia lo stesso affetto con cui Napoli ricorda il fenomeno 99 posse. Non è la stessa cosa.
Prima di tutto perché i 99 posse resteranno per sempre legati al clima degli anni '90, alla riconquista politica di Napoli, al fenomeno dei centri sociali e della "rivolta" cittadina.
I 24 Grana si sono infiltrati sotto la pelle della città, hanno affrontato temi più intimi.
E così Napoli ad ogni occasione li accoglie con vero affetto.
"Francesco Di Bella sindaco di Napoli" diceva un cartello.

C'è qualcosa che mi sfugge.
Sento puzza di qualcosa d'importante.
Sapete che ultimamente alcune figure mi incuriosiscono?

mercoledì 7 luglio 2010

Aggiorniamo la lista dei feed

Qualche problema all'università e il caldo stanno rendendo la mia vita difficile.
Ma sopravviveremo.

Per il momento, quando sono in pausa, cerco blog interessanti che possano distrarmi (in senso buono) dall'impegno costante e faticoso (ualà).

Mi sono imbattuto nelle foto di Alessandra Finelli su Facebook. Abbiamo un sacco di amici in comune sul maledettissimo social network. Così, osservando il profilo di questo e di quello, ho trovato le foto di Alessandra.
Quelle che preferisco sono qui. Alessandra fotografa le facce delle persone, i corpi scuri nell'acqua di un colore che non ho mai visto, pelle seminuda, volti mascherati, sguardi accigliati. Persone che fumano, una bicicletta senza cavalletto appoggiata ad un muro, una ragazza fuori fuoco che entra in quello che ha tutta l'aria di essere un pub e finisci per chiederti se sia una viaggiatrice, una donna in carriera o una passata lì per caso.

Non essendo un tecnico, nè un aspirante fotografo, non so come faccia Alessandra a catturare il momento esatto. Ora sono certo che lei abbia studiato tanto, si sia applicata ovviamente molto, che sicuramente sa cosa fare per suscitare questo tipo di reazione in chi osserva. Ma in molte sue foto ha ritratto l'attimo esatto che mi avrebbe fatto mormorare guarda che bella, quest'immagine devo assolutamente ricordarla quando mi metterò a scrivere.

E' come se cogliesse l'attimo che rende degna una storia di essere raccontata.

Ora però, non pretendete troppo da uno che in vita sua ha fotografato solo gatti e manifestazioni liceali. Ma lasciatevi dire un'altra cosa su Alessandra. Io non la conosco, ma ho letto una sua intervista su Ziguline e mi ha dato quest'impressione: tra tutti quelli che si fingono fotografi, o che amano definirsi fotografi Alessandra sembra avere le idee chiare su cosa non vuole diventare. Ed anche questo mi piace.

Qui c'è il suo blog che finisce dritto dritto tra i miei feed. (Tra gli ultimi soggetti anche un contrabbasso)

sabato 19 giugno 2010

Ho incontrato un premio Nobel (Ho comprato una macchina fotografica)



- Ti immagini se adesso sale con noi sul c18?
Ho detto alla mia amica mentre Herta Muller ci passava davanti, camminando leggermente curva, accompagnata da un uomo ed una donna. Minuta, piccola piccola, vestita completamente di nero.
Durante la presentazione ha inforcato poche volte gli occhialini neri filiformi con le lenti circolari grandi quanto una moneta da 20 cent.

Mi sono anche seduto a gambe incrociate ad un metro da lei, sia per fare qualche foto ravvicinata (lo ammetto) ma anche perché è una di quelle cose che sento di dover fare di fronte ad un premio Nobel. E quel dover non è certo una costrizione, nè timore reverenziale, ma il bisogno che un aspirante scrittore dimostra nei confronti di chi ha narrato e raccontato qualcosa meglio di chiunque altro. E' come affidarsi, è come da bambini quando ci si mette in cerchio e si ascolta una storia raccontata da una maestra, da un genitore, da chiunque ne sappia di più.

Leggere Herta Muller è impegnativo. Lo è per me, almeno. E' una di quelle autrici la cui materia narrativa trova sfogo solo attraverso uno stile difficilmente catalogabile. E' chiaro e frazionato, alle volte singhiozzante (se mi passate il termine), mancante, spezzato, alle volte preciso e crudo.

Non avevo mai incontrato un premio Nobel. Anche Pamuk, che ho il dovere di incontrare (e prima o poi accadrà), me lo sono lasciato scappare tante volte.
Questa del Nobel non è una fissazione. So che grandi, anzi grandissimi autori, tra cui molti che amo non l'hanno mai neanche annusato da lontano. E so che, assegnandone uno all'anno, non sono poi così pochi quelli che lo vincono. E lo so che i premi sono uno di quei fenomeni che contano e non contano nella letteratura e nell'arte in genere. Ma quando leggi la lista dei vincitori non ci trovi solo nomi di grandi scrittori. Ma di persone, uomini e donne, fatte di carne e ossa che - attenzione - non si sono innalzati al di sopra delle masse, come stupidamente si potrebbe pensare, ma che le masse le hanno attraversate, che il mondo l'hanno scavato, consapevolemente o per colpa del caso.

Yeats, Mann, Pirandello, Hesse, Faulkner, Eliot, Hemingway, Camus, Montale, Canetti...fino agli ultimi, Pamuk, Lessing.
E sapete quanti ne ho saltati.
Perché poi con le gambe incrociate ad un metro di distanza vedi che chi entra di diritto nella storia dell'umanità ha le labbra incurvate ed un tic all'occhio sinistro, il riso che esplode improvviso quando ogni tratto pare tristezza e malinconia. Scopri che un pezzo di storia scherza sull'altezza della sedia e parla per molto tempo di un altro autore in Italia praticamente sconosciuto.

Sulla presentazione di ieri de L'altalena del respiro di Herta Muller, edito da Feltrinelli, Cristina Zagaria ha scritto per Repubblica una recensione importante.

venerdì 11 giugno 2010

Ho comprato una macchina fotografica - Autoritratto


Repubblica, oggi e la prima pagina in bianco. Tanto meravigliosa quanto inquietante.

E' inutile parlare di quanto il futuro che immaginiamo adesso faccia schifo.

lunedì 24 maggio 2010

Ho comprato una macchina fotografica - Il palco


Non che me lo chiedano così tanto per le mie qualità di (ex) musicista, ed in realtà non me lo chiedono neanche così tanto, ma la risposta solita alla domanda Ma davvero non suoni più? è, almeno la maggior delle volte, sto facendo altro.

Ieri sera però, per la prima volta, mi è venuta un po' di malinconia. Perché? Cioè, di cosa? vi chiederete. Ed in effetti, l'ultima cosa che volevo, era sedermi davanti al computer e tirare fuori uno di quei post pieni di costruzioni fatte di pura dietrologia manco avessi fatto il direttore d'orchestra per trent'anni. Quindi ci provo, a non essere borioso o chissà cos'altro.

I palchi si somigliano tutti. E' solo quello che c'è intorno che cambia. Certo, qualcuno è più grande e qualcuno meno illuminato (o illuminato peggio), qualcuno è più stretto e qualcuno più lungo, sicuramente qualcuno sarà più morbido sotto i piedi e qualcuno meno comodo.
Parlo ovviamente dei palchi su cui si suona, non sono un grande esperto di teatro.
I palchi spaventano solo un attimo prima di salirci sopra. Nessun palco è inospitale, nessun palco ha i demoni appesi sulle transenne delle luci. Ve lo dice uno che si è fatto letteralmente divorare dall'ansia, prima di salire quelle due o tre scalette che portano a stare un metro e mezzo sopra la gente. I palchi, ed è in questo che tutti i palchi si somigliano, ti permettono di vivere lontani da qualsiasi tempo e da qualsiasi spazio.
E lì sopra spesso succede qualcosa tra le persone che suonano insieme. Dura esattamente quanto dura l'esibizione, non un attimo di più. Un momento c'è ed il momento dopo non c'è più. Dopo si parla, si discute, si contano gli errori ed i momenti esaltanti, ma si è consumato tutto, tutto quello che si poteva consumare, lassù.
Questo mi manca, quell'ultimo passo che ti porta sopra, lo sguardo lanciato al buio squarciato dai fari bianchi, l'ultimo passo che annuncia l'arrivo di quattro o cinque o sei o sette persone in un posto lontano dallo spazio e dal tempo, per mezz'ora, forse un'ora o due.

(La foto è stata scattata durante la manifestazione YouThink alla Città della Scienza, poco prima che I Revenaz Quartet salissero sul palco)




martedì 20 aprile 2010

Ho comprato una macchina fotografica




(L.P. Alla Fiera del baratto e dell'usato)

Mi serve più che altro per qualche lavoretto che devo fare.
Però magari se qualche foto sembra essere carina la posto qua.
Non vi preoccupate, non è che vi divento di nuovo fotografo. Evito di solito secondi tentativi.